Per secoli le grandi potenze hanno combattuto per conquistare territori, controllare mari, presidiare rotte commerciali e assicurarsi il possesso delle risorse strategiche. Gli imperi nascevano e morivano lungo confini tracciati dalle guerre, mentre la forza di una nazione veniva misurata attraverso l’estensione dei suoi domini, la consistenza dei suoi eserciti e la capacità di imporre la propria volontà agli avversari. Oggi quella competizione continua, come dimostrano le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, ma accanto alla dimensione tradizionale del potere se ne sta affermando un’altra, meno visibile e per certi aspetti più insidiosa: la capacità di influenzare il modo in cui gli individui percepiscono la realtà, interpretano gli avvenimenti e assumono le proprie decisioni.

La conquista di un territorio richiede uomini, mezzi, risorse economiche e, frequentemente, un prezzo elevatissimo in termini di vite umane. La conquista delle percezioni può invece produrre conseguenze strategiche senza che venga sparato un solo colpo. Convincere una popolazione che una guerra sia inevitabile, alimentare la sfiducia verso le istituzioni, esasperare le divisioni interne di una società oppure modificare la percezione di una minaccia possono diventare strumenti attraverso i quali perseguire obiettivi politici e militari. La questione assume una rilevanza ancora maggiore quando questi processi vengono sostenuti da tecnologie capaci di raggiungere milioni di persone, raccogliere informazioni sui loro comportamenti e adattare i messaggi alle caratteristiche dei destinatari.
È la nuova frontiera della geopolitica della paura, un terreno sul quale convergono intelligence, neuroscienze, intelligenza artificiale, comunicazione politica e strategie militari.
Per comprendere la portata di questa trasformazione occorre partire da una considerazione storica. Il controllo delle coscienze ha sempre accompagnato l’esercizio del potere. Tucidide, raccontando la guerra del Peloponneso, individuava nella paura, nell’interesse e nell’onore alcune delle grandi motivazioni che orientano il comportamento degli Stati. Machiavelli, molti secoli dopo, affrontava il rapporto tra consenso, timore e conservazione del potere, arrivando a interrogarsi sulla maggiore sicurezza che un principe potesse ricavare dall’essere amato oppure temuto. Thomas Hobbes avrebbe successivamente collocato la paura della morte violenta tra le ragioni fondamentali che spingono gli uomini ad accettare un’autorità sovrana capace di garantire ordine e sicurezza.
Tre prospettive differenti, appartenenti a epoche lontanissime, accomunate dalla consapevolezza che la paura rappresenta una componente essenziale del comportamento umano e, conseguentemente, della vita politica.
La novità del nostro tempo riguarda gli strumenti attraverso i quali questa emozione può essere osservata, sollecitata e amplificata. Se la propaganda del Novecento si affidava prevalentemente alla stampa, alla radio e successivamente alla televisione, oggi la comunicazione attraversa ambienti digitali nei quali ogni interazione può generare informazioni utili a ricostruire interessi, abitudini e orientamenti. La diffusione degli smartphone, dei social network e delle piattaforme digitali ha trasformato profondamente il rapporto tra individuo e informazione. Il cittadino riceve un flusso pressoché continuo di notizie, immagini, interpretazioni e sollecitazioni emotive, spesso selezionate da sistemi algoritmici il cui funzionamento rimane scarsamente comprensibile alla maggioranza degli utenti.
In questo ambiente la competizione politica e geopolitica riguarda anche la capacità di determinare quali informazioni ricevano attenzione, quali argomenti diventino prioritari e quali rappresentazioni della realtà riescano a imporsi nel dibattito pubblico.
La distinzione è fondamentale. Influenzare le percezioni significa intervenire sul processo attraverso il quale una persona attribuisce significato agli avvenimenti. Un medesimo fatto può essere interpretato come una minaccia esistenziale, una difficoltà temporanea oppure un’opportunità, a seconda del contesto informativo e culturale nel quale viene presentato. La selezione delle notizie, la loro ripetizione, l’associazione con immagini emotivamente coinvolgenti e la costruzione di narrazioni contrapposte possono contribuire a orientare il giudizio collettivo.
Si tratta di meccanismi conosciuti da tempo dagli studiosi della comunicazione. Ciò che cambia è la loro possibile integrazione con strumenti tecnologici capaci di aumentare enormemente la velocità e la scala della diffusione.
È proprio su questo terreno che la NATO ha avviato una riflessione strategica di particolare interesse. A partire dal 2020, l’Innovation Hub dell’Allied Command Transformation ha sviluppato studi dedicati alla cosiddetta Cognitive Warfare, la guerra cognitiva, approfondendo il ruolo della dimensione umana nei conflitti contemporanei. Nel 2023 l’Allied Command Transformation ha illustrato un concetto esplorativo che considera la possibilità di influenzare, proteggere oppure compromettere i processi cognitivi individuali e collettivi per conseguire un vantaggio strategico. Nel luglio 2024 lo stesso comando ha confermato lo sviluppo del concetto attraverso il contributo di oltre venti Paesi alleati, strutture militari, università ed esperti industriali.
La rilevanza di questi documenti merita attenzione. La NATO considera la dimensione cognitiva un ambito nel quale possono manifestarsi minacce capaci di compromettere la coesione delle società, la fiducia nelle istituzioni e l’efficacia dei processi decisionali. La riflessione si inserisce nel più ampio quadro delle minacce ibride, attraverso le quali attori statali e organizzazioni ostili possono combinare strumenti militari, economici, informatici e informativi.
Sarebbe tuttavia improprio interpretare questi studi come la dimostrazione dell’esistenza di tecnologie capaci di controllare direttamente il pensiero umano. La guerra cognitiva rappresenta un campo di ricerca strategica ancora in evoluzione, nel quale convivono capacità già sperimentate, ipotesi operative e prospettive tecnologiche che richiedono ulteriori verifiche. La stessa discussione sulla possibilità di considerare la dimensione cognitiva un sesto dominio operativo, accanto a terra, mare, aria, spazio e cyberspazio, rimane distinta dal riconoscimento formale dei domini militari tradizionali.
La questione centrale riguarda piuttosto il riconoscimento di una vulnerabilità: una società può essere indebolita anche attraverso l’alterazione del proprio ambiente informativo e la progressiva erosione della fiducia reciproca.
Un contributo particolarmente significativo arriva da uno studio pubblicato nel novembre 2024 sulla rivista scientifica Frontiers in Big Data da Christoph Deppe e Gary S. Schaal, ricercatori della Helmut-Schmidt University, l’università delle Forze armate federali tedesche. Analizzando il concetto esplorativo elaborato dall’Allied Command Transformation, gli autori hanno evidenziato come la guerra cognitiva possa essere interpretata quale insieme di attività orientate a influenzare i processi decisionali di popolazioni, dirigenti politici e responsabili militari. Lo studio sottolinea anche le difficoltà di definizione e misurazione di un fenomeno che attraversa discipline differenti e che rischia, se utilizzato senza sufficiente rigore, di comprendere indistintamente propaganda, disinformazione e operazioni psicologiche tradizionali.
È un’avvertenza importante, perché la credibilità di questa nuova prospettiva strategica dipende dalla capacità di distinguere le minacce effettive dalle suggestioni tecnologiche.

Il rapporto tra paura e decisione costituisce, sotto questo profilo, uno degli aspetti più interessanti. Le neuroscienze hanno dimostrato che le emozioni partecipano ai processi attraverso i quali gli esseri umani valutano rischi, opportunità e conseguenze delle proprie azioni. L’amigdala, l’insula, la corteccia prefrontale e altri sistemi cerebrali contribuiscono, con funzioni differenti e interconnesse, all’elaborazione delle minacce, dell’incertezza e delle scelte. La risposta individuale dipende da numerose variabili, comprese l’esperienza, il contesto e la natura della situazione affrontata.
Una ricerca pubblicata su Nature Reviews Neuroscience da Dominik Bach e Raymond Dolan ha approfondito il modo in cui il cervello rappresenta l’incertezza e utilizza tali informazioni nei processi decisionali. Altri studi hanno esaminato le modificazioni delle strategie di scelta in condizioni di stress, evidenziando come la pressione psicologica possa incidere sulla valutazione delle alternative e sulla capacità di ponderarne le conseguenze.
Questi risultati assumono una rilevanza particolare quando vengono osservati attraverso la lente della sicurezza nazionale.
Un comandante militare costretto a decidere in pochi minuti, un governo impegnato nella gestione di una crisi internazionale oppure una popolazione esposta a una successione di allarmi possono trovarsi ad affrontare condizioni nelle quali l’incertezza e la pressione emotiva incidono sulla qualità delle valutazioni. Naturalmente, ciò significa che ogni individuo reagisce in maniera differente e che la paura può produrre effetti anche opposti: paralisi, ricerca di protezione, maggiore prudenza oppure mobilitazione collettiva.
Proprio questa complessità rende la dimensione cognitiva interessante dal punto di vista strategico. L’obiettivo di un’operazione ostile potrebbe consistere nel generare confusione, ritardare una decisione, compromettere la fiducia tra alleati oppure indurre un avversario a valutare erroneamente le intenzioni di chi ha di fronte.
La storia militare offre numerosi precedenti. Le operazioni di inganno che precedettero lo sbarco alleato in Normandia, nel giugno 1944, rappresentano uno degli esempi più conosciuti della capacità di orientare le percezioni dell’avversario per conseguire un risultato operativo. Attraverso il piano Fortitude, gli Alleati contribuirono a convincere il comando tedesco che il principale sbarco sarebbe avvenuto nella zona del Pas-de-Calais, alimentando una rappresentazione della situazione militare differente da quella reale.
In quel caso la manipolazione delle informazioni contribuì a proteggere un’operazione militare di straordinaria complessità. Oggi una logica analoga può trovare applicazione in ambienti molto più estesi, nei quali il destinatario comprende anche le opinioni pubbliche, i mercati finanziari e le istituzioni democratiche.
Il passaggio dalla propaganda tradizionale alla competizione cognitiva contemporanea riguarda dunque soprattutto l’integrazione degli strumenti disponibili.
Un attore ostile può tentare di combinare campagne di disinformazione, attacchi informatici, diffusione selettiva di documenti autentici, manipolazione audiovisiva e utilizzo di reti di account coordinati. L’intelligenza artificiale generativa rende inoltre possibile produrre rapidamente grandi quantità di testi, immagini e contenuti audiovisivi, riducendo alcuni dei costi necessari per realizzare campagne di influenza.
La disponibilità di queste tecnologie, tuttavia, equivale automaticamente alla loro efficacia. La capacità di produrre contenuti ingannevoli deve essere distinta dalla possibilità di modificare stabilmente le convinzioni politiche di una popolazione. Le evidenze scientifiche sugli effetti della comunicazione persuasiva mostrano risultati variabili, condizionati dalle caratteristiche dei destinatari, dalla credibilità delle fonti e dal contesto sociale.
Resta il fatto che la moltiplicazione degli strumenti disponibili amplia le possibilità di interferenza.
La Russia ha sviluppato nel tempo una tradizione di operazioni informative e di inganno strategico, spesso ricondotte al concetto di maskirovka, mentre nella letteratura militare russa trova spazio anche la teoria del controllo riflessivo, orientata a influenzare il processo decisionale dell’avversario attraverso la costruzione di determinate rappresentazioni della situazione. La Cina, dal canto suo, ha elaborato una riflessione sulla guerra dell’opinione pubblica, sulla guerra psicologica e sull’impiego degli strumenti giuridici nella competizione strategica.
Queste impostazioni presentano caratteristiche differenti, ma condividono l’attenzione verso la dimensione informativa e psicologica del confronto tra potenze. Anche le democrazie occidentali possiedono una lunga esperienza di comunicazione strategica, operazioni psicologiche e attività di influenza, sviluppata soprattutto nel corso della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda.
La competizione per le percezioni, quindi, appartiene alla storia di tutti i grandi sistemi di potere. Ciò che rende particolarmente delicata la situazione contemporanea è la progressiva sovrapposizione tra ambienti civili e militari, tra comunicazione politica e sicurezza nazionale, tra interessi commerciali e strumenti di influenza.
Le piattaforme digitali costituiscono un esempio significativo di questa convergenza. I sistemi di raccomandazione utilizzati per selezionare contenuti rispondono prevalentemente a logiche industriali e commerciali, ma possono contribuire a determinare la visibilità delle informazioni e la formazione dell’agenda pubblica. Quando una società affida una parte rilevante della propria conversazione collettiva a infrastrutture tecnologiche private, emerge inevitabilmente una questione di sovranità.
Chi stabilisce quali contenuti meritino maggiore visibilità? Quali criteri vengono utilizzati per organizzarli? Quali possibilità possiedono i cittadini di comprendere il funzionamento dei sistemi che orientano la loro esperienza informativa?
Sono interrogativi che riguardano il funzionamento delle democrazie prima ancora della competizione geopolitica.
La libertà di espressione rimane un principio fondamentale, ma il suo esercizio avviene ormai all’interno di ambienti tecnologici nei quali la distribuzione dell’attenzione è influenzata da sistemi complessi. La possibilità di pubblicare un’opinione e quella di renderla effettivamente visibile a un pubblico ampio rappresentano due questioni differenti. La concentrazione del potere tecnologico può quindi produrre conseguenze politiche anche in assenza di una volontà esplicita di manipolazione.
È qui che la geopolitica incontra il problema della democrazia rappresentativa.
Nelle società liberali il potere politico trae legittimazione dal consenso dei cittadini, espresso attraverso procedure elettorali e istituzioni costituzionali. Questo sistema presuppone la possibilità di formare opinioni attraverso un confronto sufficientemente libero e pluralistico. Quando l’ambiente informativo viene sistematicamente alterato da operazioni ostili, oppure quando diventa eccessivamente opaco il funzionamento degli strumenti che distribuiscono le informazioni, anche la qualità del processo democratico può risentirne.
La minaccia più significativa potrebbe quindi consistere nella progressiva perdita di fiducia.
Una popolazione che smette di credere alle proprie istituzioni, ai mezzi di informazione, alla magistratura, alla scienza e perfino alla possibilità di distinguere un fatto verificato da una rappresentazione artificiale diventa più vulnerabile alla polarizzazione e alle interferenze esterne.
La sfiducia generalizzata produce infatti una conseguenza particolarmente grave: rende difficile costruire una base condivisa di realtà sulla quale confrontare proposte politiche differenti.
Una democrazia può sopportare conflitti anche molto aspri, purché esistano regole riconosciute e strumenti comuni per accertare i fatti. Diventa invece fragile quando ogni avvenimento viene interpretato esclusivamente attraverso l’appartenenza a uno schieramento e qualsiasi informazione contraria alle proprie convinzioni viene automaticamente considerata falsa oppure manipolata.
Da questo punto di vista, la paura rappresenta uno strumento particolarmente efficace per attirare l’attenzione e mobilitare le appartenenze. La rappresentazione costante di una minaccia può contribuire a rafforzare la coesione di un gruppo, ma anche ad accentuare l’ostilità verso chi viene identificato come avversario.
Il rischio è che la politica si trasformi progressivamente in una competizione tra allarmi, nella quale la capacità di suscitare emozioni immediate prevalga sulla qualità delle proposte e sulla valutazione delle conseguenze di lungo periodo.
Questo fenomeno interessa direttamente anche l’Europa.
Il continente si trova al centro di una trasformazione strategica che comprende la guerra in Ucraina, il riarmo, la sicurezza energetica, la competizione tecnologica e la ridefinizione dei rapporti transatlantici. In un contesto simile, la capacità di mantenere una discussione pubblica razionale rappresenta una componente della sicurezza collettiva.
Un’opinione pubblica informata può sostenere scelte difficili, valutare sacrifici economici e comprendere la complessità delle relazioni internazionali. Una società attraversata da paure incontrollate e sfiducia permanente rischia invece di oscillare tra richieste contraddittorie, semplificazioni radicali e rifiuto delle responsabilità.
Per questa ragione la resilienza cognitiva dovrebbe essere considerata una componente essenziale della sicurezza nazionale. Significa rafforzare l’istruzione, il pluralismo informativo, la trasparenza delle istituzioni, la capacità di verificare le informazioni e la preparazione dei decisori pubblici ad affrontare situazioni caratterizzate da elevata incertezza.
Significa anche riconoscere che la difesa delle società democratiche richiede limiti precisi all’esercizio del potere.
Contrastare la manipolazione informativa attraverso forme indiscriminate di censura oppure attribuendo alle autorità pubbliche il monopolio della verità rischierebbe di compromettere proprio quei principi che si intendono proteggere. La risposta democratica alla guerra cognitiva deve fondarsi sulla trasparenza, sulla responsabilità degli attori coinvolti e sulla possibilità di sottoporre le decisioni al controllo pubblico.
La protezione della libertà di pensiero rappresenta, in questo senso, una questione di sicurezza strategica.
Esiste poi una dimensione destinata ad assumere crescente importanza: il rapporto tra neuroscienze e tecnologie emergenti.
Lo sviluppo delle interfacce cervello-computer, dei dispositivi biometrici, dei sistemi di riconoscimento delle emozioni e degli strumenti di analisi comportamentale apre prospettive importanti in campo medico, scientifico e industriale. Alcune applicazioni potrebbero contribuire alla riabilitazione neurologica, al miglioramento della sicurezza operativa e allo studio delle condizioni psicofisiche di persone impegnate in attività complesse.
Le medesime tecnologie sollevano però interrogativi riguardanti la protezione dei dati neurologici, la riservatezza delle informazioni personali e i limiti dell’utilizzo delle conoscenze scientifiche per finalità di sorveglianza oppure influenza.
La possibilità di raccogliere dati relativi ad alcuni stati fisiologici ed emotivi equivale alla capacità di leggere il pensiero. Le attuali tecnologie presentano limiti significativi e richiedono interpretazioni scientifiche prudenti. Tuttavia, l’integrazione tra biometria, intelligenza artificiale e analisi dei comportamenti rende necessario interrogarsi fin d’ora sulle garanzie giuridiche e democratiche che dovranno accompagnarne lo sviluppo.
Il problema riguarda direttamente la concezione moderna della sovranità.
Per lungo tempo il potere sovrano è stato associato alla capacità di esercitare un’autorità esclusiva su un territorio e sulla popolazione che lo abita. La globalizzazione economica ha progressivamente complicato questa rappresentazione, trasferendo una parte delle decisioni rilevanti verso organismi sovranazionali, mercati finanziari e grandi imprese transnazionali.
La rivoluzione digitale introduce un ulteriore elemento: il controllo delle infrastrutture attraverso le quali circolano informazioni, si formano opinioni e vengono elaborate decisioni.
Una nazione può conservare formalmente la propria indipendenza politica e risultare contemporaneamente dipendente da tecnologie, piattaforme e sistemi informativi sviluppati altrove. Questa dipendenza assume una rilevanza strategica quando coinvolge infrastrutture essenziali, comunicazioni istituzionali e strumenti di analisi utilizzati dalle amministrazioni pubbliche.
La sovranità tecnologica diventa quindi parte integrante della sovranità politica.

Ma sarebbe riduttivo limitare il ragionamento alla proprietà delle infrastrutture. La questione più profonda riguarda la capacità di una società di conservare autonomia di giudizio.
Halford Mackinder, all’inizio del Novecento, individuava nel controllo del cuore continentale eurasiatico una delle chiavi della competizione mondiale. Nicholas Spykman avrebbe successivamente attribuito un’importanza decisiva alle regioni costiere dell’Eurasia, mentre Zbigniew Brzezinski, nel suo celebre La grande scacchiera, avrebbe interpretato il continente eurasiatico come il principale spazio della competizione per la supremazia globale.
Quelle riflessioni continuano a offrire strumenti fondamentali per comprendere i rapporti di forza internazionali. La geografia conserva tutta la propria importanza, come dimostrano il valore strategico degli stretti marittimi, delle risorse energetiche, dei corridoi commerciali e delle infrastrutture critiche.
Eppure, alla competizione per il controllo degli spazi fisici si affianca oggi quella per il controllo degli spazi informativi.
Una potenza può tentare di indebolire un avversario attraverso la pressione economica, la superiorità militare oppure la destabilizzazione del suo sistema politico. Può anche cercare di condizionarne le decisioni alimentando percezioni distorte della realtà, esasperando contraddizioni interne e compromettendo la fiducia nelle istituzioni.
La possibilità di ottenere vantaggi strategici attraverso questi strumenti modifica il significato stesso della deterrenza. Accanto alla capacità di scoraggiare un’aggressione militare diventa importante quella di resistere a campagne prolungate di interferenza, disinformazione e pressione psicologica.
In questo scenario l’intelligence assume un ruolo centrale.
La raccolta delle informazioni rimane essenziale, ma acquista crescente importanza anche la capacità di comprendere le intenzioni, le percezioni e i processi decisionali degli avversari. L’analisi dei comportamenti collettivi, delle dinamiche sociali e degli ambienti informativi può contribuire a individuare vulnerabilità e anticipare possibili sviluppi.
L’intelligence contemporanea deve quindi confrontarsi con una quantità di dati senza precedenti e con la necessità di distinguere informazioni attendibili, operazioni di inganno e interpretazioni errate.
La disponibilità di enormi masse di dati garantisce automaticamente una migliore comprensione della realtà. Anzi, l’eccesso informativo può produrre nuove vulnerabilità, soprattutto quando la rapidità delle decisioni riduce il tempo disponibile per verificarne i presupposti.
È un paradosso destinato a caratterizzare il nostro tempo: disponiamo di strumenti straordinari per conoscere il mondo, ma la quantità e la velocità delle informazioni possono rendere più difficile comprenderlo.
La geopolitica della paura nasce anche da questa contraddizione.
Le società contemporanee sono attraversate da una successione continua di crisi reali e percepite. Guerre, terrorismo, pandemie, cambiamenti climatici, instabilità economica e trasformazioni tecnologiche alimentano interrogativi legittimi sul futuro. Il problema emerge quando queste preoccupazioni vengono deliberatamente sfruttate per produrre effetti politici, indebolire istituzioni oppure alterare il confronto democratico.
La paura, in quanto risposta naturale al pericolo, può favorire comportamenti prudenti e decisioni responsabili. Quando diventa una condizione permanente, alimentata da rappresentazioni distorte e da una comunicazione costruita esclusivamente sull’emergenza, rischia invece di compromettere la capacità collettiva di valutare razionalmente le alternative.
La sfida dei prossimi anni consisterà anche nel distinguere la comunicazione legittima dei rischi dalla loro strumentalizzazione.
Occorrerà farlo senza dimenticare che il dissenso, la critica alle istituzioni e la contestazione delle scelte governative costituiscono elementi essenziali della democrazia. Una società realmente resiliente deve saper riconoscere le interferenze ostili senza confondere il pluralismo politico con una minaccia alla sicurezza.
La distinzione è decisiva. Altrimenti il contrasto alla guerra cognitiva potrebbe trasformarsi esso stesso in uno strumento di condizionamento.
Le grandi potenze continueranno a confrontarsi per il controllo delle risorse, dei territori e delle infrastrutture strategiche. Gli eserciti, le flotte e gli arsenali nucleari conserveranno un ruolo determinante negli equilibri internazionali. Ma la capacità di influenzare il modo in cui milioni di persone interpretano gli avvenimenti rappresenterà una componente sempre più importante della competizione globale.
La conquista delle percezioni potrà accompagnare quella dei territori, precederla oppure, in determinate circostanze, contribuire a renderla superflua.
È questa la trasformazione che merita maggiore attenzione.
Perché il vero obiettivo di una strategia di influenza ostile potrebbe essere quello di convincere una società che determinate decisioni siano inevitabili, che alcune alternative siano impraticabili oppure che le proprie istituzioni abbiano definitivamente perduto ogni credibilità.
Quando questo accade, la pressione esercitata dall’esterno può tradursi in comportamenti apparentemente spontanei, rendendo particolarmente difficile distinguere la libera formazione del consenso dagli effetti di una manipolazione deliberata.
La difesa delle democrazie passa dunque anche attraverso la protezione delle condizioni che consentono agli individui di pensare, discutere e decidere autonomamente.
In fondo, la questione riporta al principio sul quale si fonda ogni sistema democratico: la sovranità appartiene al popolo.
Ma nel secolo dell’intelligenza artificiale, della guerra cognitiva e della competizione permanente per il controllo delle informazioni, questo principio impone una domanda nuova, alla quale la politica dovrà prima o poi trovare una risposta.
Se la sovranità appartiene al popolo, a chi appartiene realmente il potere quando qualcuno riesce a condizionare il modo in cui il popolo interpreta la realtà?